Invasione

Saturno. L'anello di Saturno era un disco senza musica con un buco al centro sospeso nello spazio; era un gigantesco sciame di meteoriti che danzava attorno ad una roccia bucherellata.


I raggi del sole si riflettevano sui solchi della ciambella, lasciando sullo sfondo nero chiazze di color pastello. Non molto lontana v'era la Terra, blu e bianca con una macchia gialla, e le stelle sembravano che ridessero. Ma una macchia di grigio uniforme stava riempendo il sistema solare, lambendo le sponde di Saturno.


Era la Flotta Interstellare del pianeta Barnard. Le astronavi non si potevano contare, tanto numerose quanto le stelle nel cielo. Alcune erano giganti, dall'aspetto mostruoso, senza grazia, altre più piccole, veloci e ribelli, schizzavano da una parte all'altra della Flotta. Era un vespaio, un vespaio pronto a pungere. Gli abitanti del pianeta Barnard avevano abbandonato il proprio pianeta, oramai morente, alla ricerca di un altro che li potesse accogliere. Lo sbarco su un nuovo pianeta consisteva nella distruzione totale degli essere viventi che lo abitavano: niente cerimonie di benvenuto, niente relazioni diplomatiche, niente scambio di prigionieri, niente. Un'avanzatissima tecnologia al servizio di crudeli guerrafondai annientava e rivoltava il pianeta, cancellando ogni segno di civiltàprecedente.


Dopo l'avvicinamento al punto di controllo, seguiva nel piano strategico la prima fase: osservazione e studio. I telescopi elettronici a cristalli rarefatti erano puntati su ogni dove della Terra con una risoluzione di mezzo millimetro: una pulce su un cane sarebbe stata un elefante in un deserto. Studiarono attentamente l'apparato militare: gli aerei, le navi, i carri, la fanteria, le strategie, le tattiche di attacco e difesa, la psicologia umana. Il risultato dell'osservazione fu che l'annientamento sarebbe durato dodici minuti.


Era arrivato il momento di passare alla seconda fase: raggiungimento della distanza orbitale in formazione di attacco. Il quartiere generale decise di lasciare le navi-città dietro Giove, spostò le navi-trasportotruppa dietro la Luna, come riserva; schierò i caccia alle ali per scortare gli incrociatori e le tre ammiraglie in posizione arretrata; v'erano due linee di droidi per l'assalto iniziale.


Per evitare i problemi inerziali, lo schieramento nemico si avvicinò con un microbalzo e circondò la Terra.


Mancavano settantadue secondi all'inizio dell'attacco che avrebbe polverizzato il nemico. Ma, quando tornarono gli ultimi ricognitori dalle missioni di scansione superficiale, suonò l'allarme rosso di allerta massima. Colti alla sprovvista la formazione si divise, una parte si allontanò verso Mercurio e l'altra si nascose dietro Marte. Si ordinò di mantenere la distanza di sicurezza e, immediatamente, le misure di osservazione e avvistamento furono intensificate; per il momento l'attacco era sospeso.


Sembrava che fossero arrivati troppo tardi per conquistare la Terra: era in corso un'altra invasione. Gli attacchi erano numerosi e concentrati in piccole aree. Gli invasori sfrecciavano su oggetti volanti a forma di disco, di color nero; volavano rasi al suolo e quando si alzavano, puntualmente, venivano disintegrati dai terrestri. Quest'ultimi impiegavano un'arma segreta, mai vista prima, manuale, molto efficace, con una potenza distruttrice incredibile. Per tre giorni la Flotta assistette incredula alla sconfitta di quei sconosciuti invasori che li avevano preceduti.


Così i Generali decisero che era più prudente trovare un altro pianeta da colonizzare. Con un balzo stellare la Flotta lasciò il sistema solare in direzione di Alfa Centauri.


Intanto i campionati mondiali di tiro al piattello terminarono con la vittoria di un italiano. Ignari della minaccia passata, i terrestri celebrarono il vincitore osannando il suo talento, quattrocentonovantanove piattelli su cinquecento, un'ottimo punteggio.