Primi? Forse.

Era l'estate del razzo, il razzo che avrebbe portato l'uomo sulla luna. Il centro spaziale americano era un formicaio di tecnici, di mezzi, di spettatori. Tutto era pronto; il conto alla rovescia procedeva. Zero.


Al momento del lancio anche la Terra trattenne il fiato, le noiose raffiche di vento, che scompigliavano i capelli alle persone radunate vicino la base spaziale, erano scomparse, ogni suono o rumore che non fosse il boato del razzo era stato annullato.


Il sigaro di latta si destò dal suo torpore, tremando, si alzò senza fretta fra la nuvola dei gas di scarico e le fiamme dei bruciatori, che stridevano per lo sforzo di spingere, lassù nel cielo, una manica di uomini, alla conquista della terra dei sogni e dei desideri, la Luna.


Primo stadio, secondo stadio, terzo stadio. La capsula spaziale era in orbita; gli uomini della torre di controllo applaudirono.Il capitano manovrò per inserirsi nell'orbita lunare. Si trovarono ben presto in caduta libera. L'equipaggio si concesse una pausa, gironzolando per la strettissima navicella. Si avvicinarono al punto in cui il modulo lunare, con a bordo due uomini, si sarebbe dovuto sganciare dalla capsula per allunare nel Mare della Tranquillità il terzo uomo sarebbe rimasto a bordo della navicella in orbita per mantenere le comunicazioni con la torre di controllo e per recuperare più tardi il modulo. Sgancio. Fu un allunaggio perfetto, silenzioso, irreale. Un astronauta scese dalla scaletta molto lentamente; prima di posare il piede sul suolo lunare ed imprimere per la prima volta e per sempre l'orma di uno stivale umano, pronunciò alcune parole: un piccolo passo per l'uomo, uno grande per l'umanità. Anche le stelle ascoltavano. Si staccò dall'ultimo gradino e fluttuò sulla Luna. La Luna era lì, reale, non era un miraggio, un sogno di alcuni pazzi. L'astronauta diede un giro su se stesso per ammirare il paesaggio: crateri, montagne e ancora crateri; sullo sfondo, uno spicco della Terra.


Poi, piano, avvicinò lo sguardo fino ad incrociare qualcosa che non era una roccia. Era ad una ventina di metri; era metallico o così sembrava, di forma cilindrica, alto un metro e mezzo. A rigor di logica sembrava un comune bidone della spazzatura. L'astronauta si mosse verso l'oggetto non identificato; quando arrivò alla distanza di poterlo toccare, si fermò lo esaminò attentamente di nuovo e non potè resistere alla curiosità di vedere cosa contenesse; prese in mano la parte superiore del bidone e l'alzò.


Con paura scrutò l'interno. All'inizio non vide nient'altro che buio totale, poi, quando gli occhi si abituarono alla scarsità di luce, intravide alcuni oggetti deformi. Non potè credere a quello che stava vedendo e rise, rise e non smise di ridere. Aveva visto tre bucce di banana, una scatola di yogurt, una lattina di Coca Cola ed un panino mezzo mangiato al prosciutto cotto con dentro un wurstel e molta senape; v'erano anche i cetriolini. Rise e ancora rise finché, come se fosse la cosa più naturale del mondo, decise che sulla Luna si poteva respirare; sganciò il casco ed iniziò a svitarlo. Morì in sette secondi per la differenza di pressione, più che per l'assenza di ossigeno.


Il compagno, quello rimasto sul modulo, sentendolo ridere a crepapelle, scese a vedere cosa stesse succedendo. Trovò il cadavere, anzi quello che era rimasto all'interno della tuta, poco lontano dalla scaletta del modulo. Non vide niente di strano. Recuperò il corpo e ritornò alla navicella in orbita; i superstiti presero la direzione di casa, la Terra. Non si poteva dire che la missione fosse stata un completo successo, ma perlomeno erano arrivati per primi, soprattutto prima dei Russi.


Nella parte oscura della Luna, in un'astronave consumata dal tempo, una signora anziana stava preparando la cena; vicino a lei, seduto sulla poltrona di pelle, v'era un uomo intento a leggere un libro. Nella stanza entrò di corsa un ragazzino, pieno di brufoli sul viso, con ancora addosso lo scafandro per uscire all'esterno.


- Hai portato fuori la spazzatura, Givi junior? - chiese la mamma, mescolando il minestrone.
- Si' mamma, ho fatto tutto - rispose il ragazzo con timore.
- Non hai giocato, come tuo solito, con il bidone, prendendolo a calci? - continuò la signora.
- No, no mamma. Ho tardato un poco perché non volevo rovesciare tutto lo sporco - disse Givi junior, pensando al momento in cui non aveva resistito a dar un forte calcio al bidone; tanto forte che il bidone, quasi, stava per entrare in orbita e lo inseguì per un bel pezzo prima di riacchiapparlo, altrimenti avrebbe sentito le grida della mamma.


Lo ritrovò accanto ad una specie di ragno gigante, metallico color oro, e, vicino al bidone, sembrava che ci fosse un uomo con uno scafandro come il suo, forse più nuovo, intento a guardar dentro. All'improvviso vide l'uomo annaspare con le mani per togliersi il casco; si agitò per qualche secondo e poi cessò di muoversi. Non si vedeva anima viva intorno e Givi junior non ci pensò due volte a correre verso il bidone, caricarselo in spalla e scappare a casa.


- Allora Givi junior cosa aspetti a spogliarti ed a raggiungerci a tavola, la minestra si raffredda; sempre con la testa fra le nuvole. A cosa stavi pensando? - chiese la mamma insistendo.


Givi junior non poteva dire quello che aveva visto, perché avrebbe confessato che aveva giocato con il bidone e lo avrebbero punito non permettendogli di uscire all'esterno.


- Niente, mamma. Ora vengo - mentì Givi junior.
- Giulio, caro, bisogna fare qualcosa per questo ragazzo; è sempre così strano; d'altra parte, voi, della famiglia Verne, siete tutti così strani; come quell'ultima volta che ci ha raccontato di aver visto una nave spaziale come la nostra con una bandiera rossa. Non sarebbe meglio che tu trovi un sistema per tornare sulla Terra, sembra che l'aria della Luna non faccia molto bene al ragazzo - disse bisbetica la mamma.
- Certo, certo - rispose Giulio Verne tranquillo.