Dio non mi vuole

A Brick e a Sissy,
e a tutti coloro che hanno amato questi due cani.

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade.
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle.
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata.
(Ungaretti)

Il desiderio di realizzare l'impossibile
rende irrealizzabile il possibile.

La misura dell'amore di una donna è data dal grado di potere
con cui quella donna può punire chi soffre per lei.

Capitolo 1: UNA STORIA


Sono davanti al televisore. La stanza è illuminata soltanto dalla luce dello schermo. La realtà, ora, sono le immagini bidimensionali che vedo muoversi nel tubo catodico. Le immagini parlano e ciascuna crea una verità plausibile. Forse vivono? Amano? Amare significa non trarre mai vantaggi dalla realtà o dalla verità? Ma dove vivo? Penso sempre, ma non so cosa penso. Finalmente ho capito. E' così bello rimanere in silenzio mentre un amico ascolta la musica della tua anima.

Era notte. Faceva caldo nella stanza dell'albergo Royal Dutch. Dalla finestra filtravano le luci al neon della città. Un uomo ed una donna discutevano.

- Dammi la possibilità di spiegarti la situazione - disse Sik a Patty.

- Siamo stati troppo tempo lontani l'uno dall'altro. Le cose sono cambiate, io sono cambiato, la guerra mi ha trasformato. Ti prego, ritorniamo insieme e proviamo di nuovo - continuò Sik.

- Non lo so, Sik. Sono confusa. Hai sempre dimenticato il compleanno di nostro figlio. E' nato quando tu eri qui, a migliaia di chilometri di distanza. Hai preferito la guerra alla famiglia, l'avventura alla responsabilità, e, ora, ti dovrei anche credere. Perché saresti cambiato? - chiese Patty con il tono di voce di chi abbia già preso una decisione.

- Sì, hai ragione. Se non fosse stato per le foto che mi hai inviato, non saprei che volto avrebbe nostro figlio.

- Ero nella merda fino al collo, in campi minati, in compagnia di alcuni signori che cercavano di farmi lo scalpo; quasi non trovavo il tempo per sopravvivere. Ma, Patty, il passato non conta. Ora voglio vivere con te, con nostro figlio e voglio dimenticare. La mia vita è cambiata perché i miei amici sono morti ed alcuni sono morti al mio posto. Là fuori c'è una pallottola con inciso sopra il nome di ogni soldato e bisogna pregare che la tua pallottola non ti trovi. Capisci, non è una questione di addestramento, d'abilità, d'esperienza. No, no. La pallottola ti scova e sei morto. Non hai la possibilità di decidere. Dai, Patty, torniamo insieme -

- Ho poco tempo Sik. E' già stato difficile venire qui e ho chiesto molti favori per tornare a casa con un aereo militare - Sik continuò a parlare senza aver capito il senso delle parole della moglie.

- Quando ho ricevuto la tua lettera, che diceva che volevi parlarmi e prendevi un aereo per raggiungermi, ho pensato che le cose sarebbero andate per il verso giusto. Ho pensato: non ho avuto molta fortuna con le donne, ma la fortuna, ora, sta girando. E' vero, non abbiamo molto tempo, ma è meraviglioso che stiamo insieme, parlando. Ho commesso molti errori da quando ci siamo conosciuti. Mi sono arruolato nell'esercito senza pensare al nostro futuro. Ti ricordi la notte prima che partissi, che scappassi: siamo andati al lago. Ti volevo dire che andavo via perché avevo paura di amarti troppo e non ti dissi niente perché avevo paura che smettessi di amarmi. Maledizione al gioco di parole. E' difficile spiegarlo. Siamo stati sdraiati sull'erba, mano nella mano, tutta la notte, mentre guardavamo le stelle. Venne l'alba e mi baciasti. Poi ti sei seduta sopra il mio corpo e mi hai sussurrato parole di un altro mondo. Ci siamo spogliati ed abbiamo spento la nostra passione nelle acque fredde del lago -

- Sì, Sik, mi ricordo. La notte del lago fu quella in cui la vita di nostro figlio ebbe inizio - disse Patty senza trasporto.

- Oh Patty. Ho sbagliato a non dirti che non partivo, ho sbagliato a non confidarti le mie paure, ma ti amo, ti ho sempre amato -

Patty s'avvicinò a Sik, che aprì le braccia per stringere a se il corpo che sognava durante le sortite nella giungla. Il grido di una sirena entrò per la finestra, rompendo il magico momento.

Patty si fermò e disse:- Non posso. Anch'io t'amo, ma non ti posso perdonare. Quella notte mi hai abbandonata con un figlio, con tuo figlio nel ventre. Non posso rischiare che ci abbandoni di nuovo. Mi sono costruita un'altra vita: ho una casa, un'automobile, un lavoro, un conto in banca, molti amici. Sono felice. Quella notte tu hai scelto per entrambi, ora tocca a me decidere, per me e per te. Non voglio ritornare a vivere insieme. Ho già chiamato un avvocato per iniziare le pratiche del divorzio. Non prendertela Sik. Ho capito che sei cambiato, ma non sei il solo. Non siamo più ragazzi. E' passato il momento delle bravate, dei genitori che ci tiravano fuori dai guai -

Sik si mise a piangere, singhiozzava.

- Ho bisogno di te, non lasciarmi - implorò Sik.

- Ci dobbiamo lasciare. Tu devi ritornare a combattere ed io devo tornare a casa. Il mio aereo sta per partire. Devo andare - Sik continuava a singhiozzare, mentre Patty si dirigeva verso la porta.

Ma, al di là della porta, c'era qualcuno che origliava.

- Ehi Sik, ti vuoi dare una mossa. Il tuo periodo è finito. Molla l'osso ed esci. Ora tocca a me. Dai Sik, esci che sono stanco di aspettare, hai capito? -

- Addio Sik - disse Patty.

- Addio Patty, ti amo - disse Sik con gli occhi gonfi dalle lacrime.

Una luce diffusa riempì la stanza e Patty scomparve. Sik Sullivan si era svegliato da un sogno. La camera da letto dell'albergo non era altro che un laboratorio pieno di telecamere, cavi, quadri di comando, scatole nere, generatori, lampadine, bottoni e leve. Sik impiegava sempre un certo tempo per riprendersi da una seduta dell'Ologramma Solido Sofisticato; esso era stato inventato per creare ologrammi dai ricordi dei soldati, affinché non perdessero contatto con la realtà e dimenticassero gli orrori della guerra. Il tecnico s'avvicinò al generatore del laser e lo toccò come se stesse accarezzando un bambino, poi si rivolse a Sik.

- Non dovrei impicciarmi in cose che non mi riguardano, ma sei fortunato se la tipa ti ha lasciato, sembrava insopportabile -

Bruce entrò nella sala dell'OSSO e disse al tecnico:- Bill creami la spiaggia di Santa Monica, con quella bionda; e le onde, anche, belle alte. Oggi m'infilo in un paio di tunnel -

Poi scontroso disse a Sik:- Ehi Sik, cosa volevi fare? Passare tutto il giorno qui dentro. Scommetto che hai ricordato l'ultima volta che ti sei incontrato con la tua ex moglie. Sei un maniaco. Invece di divertirti, t'incrosti con quel stupido ologramma. Surf e belle donne, questa è vita -

Sik si era ripreso completamente e si stava alzando dalla poltrona virtuale per staccarsi i sensori dalla testa. Tentò di togliersi il casco, ma qualcosa impediva che si sfilasse.

- Ragazzi venite ad aiutarmi, non riesco a sganciarlo - disse Sik indicando il groviglio di fili sulla sua testa.

Bruce e Bill si voltarono per guardare come Sik annaspava con le mani nell'aria.

Bruce, ridendo, disse:- Vuoi che ti chiami la mamma, bambino caro? -

- Andiamo a dargli una mano o il tuo periodo, Bruce, passerà senza che ti sia divertito - disse Bill con aria professionale.

Entrambi si avvicinarono a Sik ed iniziarono a staccare le connessioni. Non avevano ancora staccato il circuito principale che il quadro comandi s'illuminò di rosso ed un allarme stridulò iniziò a gracchiare.

Bill diventò improvvisamente serio ed urlò:- La leva, abbassa immediatamente la leva d'alimentazione, ora -

- Che cosa sta succedendo Doc? Il videogioco si è rotto? - chiese Bruce.

- Fate qualcosa, toglietemi il casco, ora, o ve ne pentirete - disse Sik preoccupandosi.

Il tecnico si lanciò sulla leva e l'abbassò; poi corse al pannello comandi e mosse velocemente alcuni interruttori. L'allarme continuava a suonare e le luci non si spegnevano. I sensori erano al rosso vivo, i casco emanava scintille bioenergetiche. E, mentre Bruce e Bill osservavano Sik avvolto in un aurea elettromagnetica, successe di nuovo.

Swap. Zap, zapping, zap za z...

Il film è interrotto dall'ennesima pubblicità. Cambio canale e le immagini sbiadiscono nella mia mente e sulla retina s'imprimono le noiose nozioni pubblicitarie. I canali della televisione sono i burattini del telecomando, ma, fuori di me, non esiste la pubblicità. Penso alla mia storia ed alle storie che scrivo per gli amici: non ho ancora scritto la mia. E' la storia di un bambino. Mentre scrivo, sento la lucida presenza della pistola automatica, appoggiata sulla scrivania. E' carica, colpo in canna; la pistola è nel mondo dei grandi e, quando avrò finito di raccontare, quando non sarò più un bambino, mi sparerò. Non ho ancora deciso se è meglio puntare la canna alla tempia, il colpo potrebbe anche non uccidermi, o nella bocca. Forse proverò dolore; ho paura del dolore fisico. Ma esiste un dolore più crudele di quello fisico, che lacera l'anima e apre ferite che sanguinano felicità.

Non sto dormendo, ho gli occhi aperti, ma ho ancora gli incubi; e mi dicevano che, quando, nella vita, incontri un ostacolo, non bisogna chiudere gli occhi per superarlo, ma aprirli ed affrontarlo: non è così facile.

La mamma mi porgeva un bicchiere di latte caldo; aveva le lacrime agli occhi, ma si tratteneva. Guardai il suo viso come se lo vedessi per la prima volta; singhiozzai e scoppiai a piangere. Ella iniziò ad accarezzarmi i capelli, con la mano mi sfiorò la guancia e mi cullò al ritmo di una nenia appena mormorata. Ero un bambino stretto fra le braccia di sua madre. Assunsi la posizione fetale, ritornai ad essere uno con chi mi diede la luce. Dimenticai il rumore della vita, che giungeva alle orecchie senza tregua, ed ascoltai il battito sincronizzato dei due cuori: ttaamm ttuumm... ttaamm ttuumm.

Imparai di nuovo che non ero solo, non ero più solo. Solo. Allora mi staccai impercettibilmente dal corpo a cui stavo avvinghiato, afferrai il bicchiere di latte; lo bevvi con una lentezza clessidrica, centellinando ogni goccia ed accentuando la deglutizione, come se volessi ordinare e contare i miei pensieri con quel gesto. Terminato, appoggiai le labbra sulla fronte della mamma, diedi la buonanotte e già, quando la porta si stava socchiudendo, cominciai a sognare. Sognavo di correre, sognavo quella corsa che non ho corso e che ho sempre voluto vincere.

Ero in mutande davanti allo specchio; fuori c'era il sole. Cominciavo a sentire la musica della vittoria, vivere nell'aria, presagio d'una funesta illusione. Indossai le calze di cotone, i calzoni di felpa della tuta ed appoggiai sopra le spalle il maglioncino; il colore blu dei pantaloni e l'odore di gomma delle scarpe nuove da ginnastica si mescolavano con la maglietta bianca, che rifletteva una strana assenza di tensione. Avevo vissuto il momento della partenza mille volte: caricare i muscoli fino allo spasmo, scaricarli al via in una corsa di centro metri senza fiato, ed io che alla fine tagliavo il traguardo per primo. Le congratulazioni degli amici.

Lo sguardo compiaciuto e soddisfatto dei miei, che, con una pacca virile sulla spalla, sistemavano l'evento in una scatola dimenticata nello sgabuzzino. Ma, per un momento, la certezza di aver fatto qualcosa che altri non erano stati capaci e, senza ulteriori verifiche, il consenso di tutti mi riempiva di luce spavalda: sarei diventato un uomo, o così credevo. A quel punto la porta chiusa della mia camera s'aprì e s'affacciò mio padre. Non disse più parole di quelle necessarie; quasi con un mezzo sorriso fra le labbra, stampato nei denti, disse che quel pomeriggio non sarei potuto uscire, non avrei potuto partecipare ai campionati studenteschi di atletica. Non potevo uscire e correre per vincere, non avrei vinto. Non capii subito, ma un attimo dopo, un muro pesantissimo, alto come una montagna, mi cadde addosso. Gli applausi, la medaglia, il petto gonfio di gloria sfocarono lontani, irraggiungibili. Non opposi resistenza: mi guardai e mi feci schifo, piansi.

Mi alzo dalla sedia, stropiccio gli occhi, m'affaccio alla finestra. L'aria pungente d'inizio autunno solidifica i miei polmoni. Osservo la vita nella natura. La vita non è una fotocopia, che salvo nella memoria, che getto senza storia, una collezione d'immagini astratte, è una morte senza boria (che Dio m'abbia in gloria). Le bozze d'acquarello si trasformano sotto il mio sguardo: la mezzaluna, che riposa sulla collina, sopra il blu notte, sotto il rosso morente, ti stringe l'occhio, alza una spalla, et voilà, vicino a me una stella. Le fronde degli alberi, scure ed indistinguibili, abbracciano la luce che sgorga dalla luna. Non più terra di sogni e di desideri da quando l'uomo ha lasciato l'impronta. Ritorno alla mia droga. Schiaccio il bottone del telecomando. Il puntino luminoso, in mezzo allo schermo nero, s'ingigantisce in un lampo accecante, le immagini traballano e, poi, si stabilizzano, dopo aver rimbalzato su e giù dentro la realtà virtuale. Le labbra degli attori si muovono, ma sento soltanto il ronzio delle zanzare vicino ai piedi; anche il sonoro, lentamente, come se resuscitasse da un posto lontano, è nell'aria. La televisione è accesa.



Capitolo 2: UN'ALTRA STORIA


Penso che quando morirò, ricorderò quell'amica che ha scritto una mia poesia, una poesia dedicata a lei, su una maglietta bianca; le parole blu, sparse sul cotone, ricordano le punte di nostalgia che provavo mentre le ho scritto. Soltanto una voce suona forte nella mia testa, mi domanda: ed ora che fai, ed ora che fai, ora che fai, che fai, fai, dimmelo? Un'altra volta ancora mi domanda la stessa nenia, ma non ho una risposta; non riesco a prendere sonno, tanto è il rumore della mia coscienza.

Clic, cambio canale.

- Baciami - disse Sik.

- Non penso che... - sospirò Patty.

- Non pensare. Baciami -

Sik e Patty s'avvicinarono. Sik le cinse la vita con una mano e mise l'altra dietro la nuca. Strinse Patty al suo corpo e appoggiò le labbra a quelle di lei. Ella s'inclinò leggermente e assecondò il movimento con il bacino. Le mani di Patty erano dovunque sul corpo di Sik. Nel momento in cui Sik introduceva la lingua nella bocca di Patty, ella s'allontanò bruscamente. Vi fu un momento di silenzio terrore. Un dialogo segreto iniziò fra i loro occhi.

- Non posso - disse Patty.

- Non posso - disse Sik in falsetto.

- Non posso farlo, né posso continuare a vivere con te. Il tuo ritmo, le tue abitudini sono troppo diverse dalle mie. Non ci riesco. Non riesco a capirti. Tu, d'altra parte, non hai mosso un passo per venirmi incontro. Non ti sei sforzato di capirmi. Tu non hai bisogno di me. Tu vuoi rimanere solo, sei solo, perché sei solo dentro. Trasmetti le tue paure alle persone che ti circondano, affinché si sentano in colpa. No, questa volta ti dico no. Basta. Le tue manie, i tuoi gesti, le tue battute, semplicemente mi dai la nausea. Questa è la mia storia: dal paradiso all'inferno in undici mesi. Dal dolce e ingenuo ragazzo, che conobbi in riva al mare, ti sei trasformato in un calcolatore e spietato uomo d'affari. Mia madre mi aveva avvisato, ma, io, cretina, ho voluto far di testa mia. E guardati. Stai lì come un idiota -

- Cara Patty, ti sei, forse, bevuta il cervello. Che cosa mi stai dicendo? Sono rimasto la stessa persona che hai conosciuto sulla spiaggia. Forse non ti ricordi chi eri quando ci siamo incontrati, né ti ricordi quando ti strusciavi, chiedendomi di farlo ancora, solo qualche ora dopo che ci siamo conosciuti - disse tranquillo Sik.

- Bastardo! Tu volevi un'altra madre, non una moglie - aggiunse come una furia Patty.

- Sei una... Non ho ancora finito di parlare, non interrompermi -

- Oh. Il grande chirurgo non vuole che sia interrotto quando parla. Così parlò l'uomo dai mille miracoli. Se sei così felice in ospedale, perché non passi anche le notti con i tuoi pazienti, o con le infermiere, anziché venire nel mio letto, disturbandomi.

- Certo, certo. Tu sei intelligente, un genio e i piccoli problemi, che dico problemi, le piccole inezie di una moglie non contano in confronto ad una operazione a cuore aperto o ad un trapianto. Nooo. Prima viene l'ospedale, i pazienti, che morissero tutti, il dovere, poi la casa, l'auto ed infine la mogliettina, la cara Patty -

- Sei ubriaca. Non sai quello che stai dicendo. Vai a letto, è meglio; domani avrai le idee più chiare -

- Non significa niente che t'ami? -

- Vai a dormire, cara, è tardi -

- Sì, sì. Devo obbedire al grande capo. Bisturi, forbice, taglia, tampone. Guai a non ascoltare gli ordini di colui che tiene i fili della vita nelle proprie mani -

Sik era stanco, reclamava un letto. Aveva operato per quattordici ore. Essere un cardiochirurgo non era facile.

Alzando il tono della voce disse:- Ora stai esagerando -

- Ti stai arrabbiando? Beh sai cosa ti dico? che non vali niente. Non sei un uomo. Sei una macchina. E lo dicono anche i tuoi collaboratori: Sik Sullivan non è un chirurgo, è una macchina che ha imparato ad operare. Forse sei il miglior cardiochirurgo dello Stato, ma sei un fallito -

- Basta - disse Sik irritandosi.

- E ti dico di più. Non sei capace di amare una donna. Diciamo che sei mediocre -

- Non è vero. Tu lo sai -

- Appunto io lo so; so tutto. Sei uno stronzo -

- Non parlarmi in questo modo -

- Io so tutto. Io so tutto - disse isterica Patty.

- Stai zitta -

- Buonanotte caro -

Patty gli diede le spalle e camminò verso la scala che portava alle camere. Sik vide un sorriso malizioso, stampato sulla bocca di Patty, prima che si girasse, e sentì l'ira crescere dentro di sé. Voleva fermarla e sapere la verità. La raggiunse a balzi e la tirò per un braccio, violentemente. Patty non parlò, scoppiò in una risata. Allora Sik le diede una sberla ed ella cadde sul pavimento. Quando fu seduta continuò a ridere, ma, presto, le lacrime le scesero dagli occhi. Sik odiava sentir piangere.

- Non piangere. Dimmi che non è vero quello che mi hai detto -

Patty si mise decisamente a piangere più forte. Adirato Sik disse seccamente si smetterla. Egli cercò di spingerla su per le scale, affinché andasse di sopra e non la sentisse più. Ma Patty non si muoveva; era seduta sull'ultimo scalino con in mano il fazzoletto, trattenendo invano i singhiozzi. In quel momento Sik si trasformò in un animale. Prese il candelabro, appoggiato sul comò, e lo abbassò con tutta la sua forza sulla testa di Patty. Una volta, due volte, un'altra volta. Finalmente il silenzio regnò in casa.

La brezza della sera mi saluta attraverso la finestra aperta; una farfalla entra e si posa sulla mia spalla, poi vola via, lasciando uno spruzzo di polvere rossa sul tessuto bianco del divano.

Era estate. Era una calda estate del settantanove. L'idea fu mia: perché non andiamo da qualche parte a prendere una boccata d'aria fresca? Perché no, fu la risposta. Così quel pomeriggio mia madre potette innamorarsi perdutamente di un uomo che non avevo visto prima. Ci trovavamo in un locale lungo l'argine d'un fiume. Non avevo fame, né sete. C'era molta gente, soprattutto attorno ad un tavolo in particolare. Ho capito soltanto più tardi il significato della parola amore. Sembrava di stare davanti al televisore e rivedere uno di quei insopportabili film, visti e rivisti, scambiando gli attori con attori di altri film, mescolando le battute e situazioni di altri come se le avessi già dette tempo addietro.

La vidi, per la prima volta, in ospedale; c'incontrammo per caso: mi trovavo lì in visita a mia sorella Barbara, invece lei aveva accompagnato un'amica, la cui cugina aveva il letto vicino a quello di mia sorella. All'inizio non ci guardammo, poi cominciai ad attaccare bottone con l'amica ed una cosa tirò l'altra. Andammo in corsia a parlare ed il tempo passò in fretta. Con una finta naturalezza ci dicemmo i nostri nomi, quasi sussurrando segreti di un altro mondo. Avevo un nodo alle budella, l'odore rancido del sudore nervoso saliva dalle mie ascelle al naso, che, in quel momento, mi sembrava grandissimo; avevo una grande voglia di scappare da quel posto, andarmene il più velocemente possibile, ma i miei piedi erano inchiodati all'asettico pavimento e miei occhi erano fissi su di lei, su Lia. Aveva un caschetto di capelli riccioli che le coprivano parzialmente gli occhi verdi. La bocca era carnosa, socchiusa in un morso di passione; il corpo sinuoso si muoveva al ritmo di una musica, che gli altri non potevano udire, perché era dentro di noi. La tensione crebbe fino a quando Lia parlò di nuovo per invitarmi alla festa che si sarebbe tenuta domenica prossima a casa sua. Accettai senza riserve.

Quando m'innamoro, tutto diventa confuso e complicato. I relitti delle irrevocabili decisioni e delle irremovibili certezze d'un tempo vengono spazzati lontano dopo la tempesta di sentimenti; non resisto all'impulso di stringere a me il corpo che bramo e, nello stesso tempo, vorrei essere mille miglia lontano, per non vedere, per non sentire, per non amare. Poi, all'improvviso, la nebbia si dissolve e guardo il mondo che mi circonda con colori talvolta sgargianti, talvolta color pastello, impastati e sbiaditi.

Ma che cosa ne sa un bambino, che sogna di diventare un astronauta, della mamma, delle donne, delle relazioni? Non ne sa molto, ma può capire. Vede che la mamma grida con il papà, che il papà alza le spalle e poi alza la voce, già perché i papà non gridano, che la mamma esce di casa e non torna per il bacio della buonanotte, che il papà porta troppi regali, e non è Natale; vede le occhiate fra la mamma ed il papà, i singhiozzi dell'uno o dell'altro dietro la porta chiusa della camera da letto, le porte sbattute, i surgelati per cena, gli squilli del telefono in piena notte, gli occhi dei vicini che si abbassano ed un groppo allo stomaco. Che cosa si può dire a questo bambino? Di giocare con le macchinine, di leggere Richard Bach o di guardare attraverso il telescopio. Intanto i genitori si allontanano, trascinati da una corrente, che li porta su sponde opposte del fiume della vita.

Anche adesso quando guardo nei ricordi vedo volti a cui avrei potuto sorridere almeno una volta, ma non l'ho fatto; avrei potuto stringere la mano e chiedere scusa, avrei potuto fare molte cose, ma non ne ho fatta alcuna e quello che ho fatto mi sembra sbagliato. Se avessi combattuto in una guerra avrei capito che le mie paure sono inutili? o no? invece vi è una guerra dentro di me e comunque vada finire ci sarà un solo vinto: io.



Capitolo 3: BALLO IN MASCHERA


Non so amare perché non so mentire a me stesso. La prima donna, la morte di una persona che ami, la prima volta che uccidi non si dimenticano. Guardo il cielo di notte e spero che appaia una cometa, anche se non ho espresso un desiderio. Guardo il cielo di giorno e la nuvola trafitta dai raggi del sole mi ricorda il mio cuore, quando penso a te. La brezza della sera cavalca il tramonto, volo sopra i mari, nelle valli, radente alle montagne, sono vicino a Dio, mi alimento del tuo respiro. Sogno qualcosa che esiste solo dentro di me; ogni giorno prego che la vita mi offra quello che ho immaginato per molto tempo, quello che ho fantasticato ogni volta prima di addormentarmi; ed ogni giorno mi alzo alla mattina, pensando che ieri non è successo quello né questo, ma mi alzo e vado incontro al mio destino. La musica che suona, vedo gli amici ballare, abbozzo un sorriso e penso che domani sarà un bel giorno per morire: ci sarà il sole e il mio cuore volerà in alto come un falco, perché lei mi darà quel bacio, tenero sulla labbra socchiuse, che ho aspettato per molto tempo, troppo tempo, ma che vale, sempre, la pena aspettare. Non è possibile tornare indietro nel tempo, per chiedere scusa, per non piangere gli errori, per perdonare e, per Dio sì, per essere maledettamente perdonati; vivo con la paura di sbagliare con gli altri, di ferire le persone che mi sono accanto e, per orgoglio, continuare a ferirle; il rimorso mi tormenta ed, alla fine, decido di vivere nella sofferenza, nel volere, ma non potere. E così giorno dopo giorno mi consumo lentamente, rinviando gli orrori personali, trovando compromessi con la mia coscienza. Ma non desisto di vivere. Gli amici parlano con il guscio di una cozza vuota, ma, naturalmente, non lo sanno; il mare purificatore ha corroso l'interno, ha lasciato la maschera, anche quella senza forma, anonima; un'amica, parlando con l'anima della cozza, ha confidato di credersi trasparente: pur sempre un granello di sabbia entra fra le labbra del mollusco e, dopo anni di ricordo, nasce una perla, che qualcuno, forse, porterà al collo, che tutti potranno ammirarla; già ora quest'amica è la più rara delle perle, la più invidiata, la più preziosa.

Non ho imparato molto dalla vita, ma ringrazio gli amici, per avermi insegnato un sentimento, che si dimentica con il passare degli anni: l'amore, l'amore verso le altre persone, l'amore per se stessi. Mi accorgo soltanto ora quanto sia importante avere stima di se stessi, aver cura del proprio corpo ed allenare la mente; è necessario esercitarsi nell'autocontrollo, per soggiogare le forze che trasportano lontano dal centro d'equilibro; bisogna essere pazienti e guardare dietro la maschera, che nasconde l'anima di ciascuna persona. Amore significa sacrificio, significa capire per capirsi, consumare una parte di noi stessi in favore di un'altro essere, che è e non è in noi, corrodere quella parte di razionalità che limita i nostri pensieri, lottare contro la camicia di forza che ci costringe a pensare, a non giudicare secondo la vanità di chi ci giudica, infine essere una nota in uno spartito di un concerto: sola e insignificante, una chiazza nera fra cinque righe, ma in armonia con le note che la precedono e la seguono; un tutt'uno che risuona, canta e balla in mezzo all'aria, una sinfonia, un festa.

In quest'ultimo giorno non so cosa fare. Tutte le attività umane si sciolgono fra le mie dita. Tutto mi pare così inutile e noioso. Quella sensazione del 'perché?' mi sta invadendo poco a poco e le preoccupazioni stanno svanendo. Non ho nessun amico a cui posso passare il testimone, il sacco delle mie ansie; di tutti gli altri già conosco l'indifferenza che affiora nella conversazione, mentre abbassano gli occhi, temendo che possa trasmettere la mia pazzia attraverso un solo sguardo.

Che cosa è una lettera se non un album di parole stropicciate, di foto ingiallite, che hanno la pretesa di raccontare la vita di una persona; come se un segno nero, inciso sulla corteccia di un albero, potesse esprimere l'amicizia, la passione, l'amore. Navigo, di notte, in mezzo all'oceano senza rotta, ma una stella, la più luminosa, mi guida verso il porto; lontano è il faro che m'indica gli scogli, i relitti ed altri pericoli, ma ho visto una stella e la inseguo. Lì vicino la luna, che guarda e sorride; già conosce la storia, la storia del marinaio e della stella. Non vado, in porto in porto, per cercare gemme preziose o porcellane raffinate, perché nel mio cuore ho già una stella: sei tu e sei la più bella. Sei nella mia mente e sei fuori di me, ma non ti riesco a trovare; ti cerco disperatamente prima che impazzisca del tutto. Il buio della mia mente non si dirada al canto del tuo richiamo. L'anima, senza retorica, si strugge, si batte se non ti è accanto. Non posso vivere senza di te: ma dove sei? Ho cercato tra i petali dei fiori, tra le onde del mare fra le ali delle farfalle, nei miei pensieri, vedo la tua figura eterea, ma non riesco ad afferrarla, a trattenerla. Per un solo attimo che le mie dita potessero accarezzare il tuo seno, baciare le tue labbra voluttuose, infine sentire l'intero corpo fremere sotto i colpi della passione. Quei segni ingialliti sulla carta da lettere si staccano dal foglio, resuscitati dal tuo profumo, che, ancora, la carta trattiene: danzano in cerchio, attorno alla stilografica, tentando di esorcizzare un uomo in preda ai fumi dell'amore. E vedo scorrere la mia storia, scorgo gli errori, a cui oramai non posso riparare, intravedo le fatali esitazioni, vago tra il mio passato in cerca dell'errore definitivo, quello che mi ha allontanato senza speranza da te, il punto di non ritorno. Inesorabilmente gli eventi convergono in quei pochi secondi; forse fu meno di un secondo, quello in cui tu persi il controllo dell'auto e ti schiantasti su un anonimo muro di cemento.

Quando mi trovo sul ciglio di una profonda gola, allungo disperatamente la mano, affinché qualcuno la stringa e mi tragga in salvo; ma mille occhi mi guardano, altri mille non mi vedono e muoio nella pozzanghera in cui sono caduto, solo. Aspetto una risposta ad una domanda che non ho mai posto. Diventerò vecchio e crederò sempre che esista una risposta a tutto, ma mai avrò una risposta. Penso? Io penso? Ho una maschera così spessa che neppure io che la porto, guardandomi allo specchio, riesco a riconoscermi. E come se, dopo essermi drogato, riuscissi ancora ad essere legato alla viscida realtà. Cerco di risalire il palo, che mi trae alla salvezza, ma non ho nessun appiglio e continuo a scivolare. Anche ora vorrei lacerare la maschera che mi tiene prigioniero e gridare che tutto è falso, che è un'invenzione letteraria... sarebbe un'altra pedina che si sposta sulla grande scacchiera, un mossa in più che non cambia la situazione, una mossa calcolata. Come mi posso disfare dei fili che muovono il burattino che è dentro di me, che controllano i miei nervi: devo buttare lontano il mio corpo, devo gettarlo, devo rimanere spirito per librarmi libero nell'aria.

E se Dio non mi volesse? Ci si vede nell'altra vita.



Capitolo 4: BASTARDO


Mi sento sporco. Non ho colpa se gli eventi mi trascinano in una direzione, tuttavia non muovo un dito per mutare il mio destino. Una sera, al mare, sono uscito con un amico, una persona che conoscevo. Mi sento sporco. Siamo andati su per una collina, su una strada sterrata. Ci siamo fermati. Abbiamo guardato per qualche minuto il mare, poi mi ha preso la mano e l'ha appoggiata sopra il suo sesso. Mi disse di toccarlo e di toccarmi, che mi sarebbe piaciuto. Non feci niente per impedirlo. Non provai piacere. Diventai spettatore del mio disgusto. Ci masturbammo e provai un senso di delusione quando la cosa ebbe termine. Ritornai a casa come se fossi andato a mangiare una pizza. Impariamo a mentire molto velocemente, soprattutto a noi stessi.

I vuoti pensieri, lo sguardo ebete davanti alla televisione, riesco soltanto a seguire il filo logico della pubblicità. Le bellissime donne, gli sgargianti colori, i profumi sensuali, i detersivi smacchianti penetrano la mia testa, la realtà e la mia testa, una buffa compagnia. Non riesco voler bene ad una persona senza ferirla. Sempre arrivo ad un momento di tensione in cui dico o faccio qualcosa che compromette la relazione stabilita; subito dopo mi pento di aver detto quelle cose senza senso e, sebbene chieda scusa, mi sento un verme; il peso di aver sbagliato un'altra volta mi opprime, perché' sono disorientato, non riesco a prendere una decisione.

Aspettare che il giorno finisca, che il sole tramonti dietro la collina, che la notte selvaggia rapisca i cuori, che le foglie cadano secche dagli alberi mentre svolazzano per terra guardiamo la nostra vita ma mi preoccupo della tua, perché sei così lontana ed io mi sono innamorato di te ed io vivo bene solo se sono insieme a te ed io ed io aspetto che il giorno finisca, che il sole si butti dietro la collina per correre da te ed abbracciarti che cosa c'è, che cosa si può dire di un ragazzo di ventiquattro anni che si è fatto una pera d'amore che guarda cadere le foglie degli alberi attraverso la finestra, passano le ore o solo i secondi, dispero perché ancora non ti posso vedere odDio quanto ti amo. Come si può vivere senza te? Vicino all'ombelico sento strozzare e rivoltarsi le budella per trovare quel coraggio che spinge gli uomini a confessare i propri sentimenti alle donne che amano; non dovrebbe essere un passo difficile, ma scalare la montagna più alta è un'impresa, forse, meno ardua. Ci sono alcuni giorni in cui mi sento leggero, sarei in grado di volare, felice è una parola inadeguata per descrivere quel stato d'animo; e proprio in quei momenti mi ritrovo a pensare ad una donna, ad un'amica e vorrei che fosse vicino a me, che fosse anche lei innamorata di me, per favore che qualcuno mi ami. Non sopporto l'idea d'immaginare una donna che non abbia un volto, un corpo solo perché è un ideale ed allora penso ad una donna a cui voglio bene, scambiando il mio affetto per amore... che tragico errore!

Bisogna ancora credere negli unicorni, nelle favole in cui tutto finisce bene con un sorriso. Allora la vita ci sembra meravigliosa, perché possiamo ricordare quei momenti passati. Sono troppo lontani: impastati con l'assurda voglia di rigetto che ci prende alla mattina, quando ci guardiamo alla specchio, e non vogliamo uscire allo scoperto. Si vive soltanto una volta, se dobbiamo morire abbiamo anche il diritto di vivere, se siamo in grado di morire, allora possiamo correre anche il rischio di vivere. Morire in mezzo alla foresta di siringhe o tra le parole di un negro cazzuto non c'è differenza. Mi ritrovo di notte a scrivere quando tutto tace, ma non la mia coscienza, che perfino insegue la mia ombra. Cerco di pulirmi dallo sporco del giorno, che rimane attaccato sui pori della pelle, che non mi lascia respirare, che mi chiude la bocca quando ho voglia di gridare. Allora mi butto sotto il letto, come da bambino, per credere di essere in una astronave; quanto e' passato dal biscotto perso nel tempo? Comincio a grattare la rete del materasso, ipnotizzo il rantolo di polvere che si e' formato in un angolo della stanza, il ballo del raggio di sole fra i drappeggi della tenda. Ma ancora penso a lei, perché lei mi ha dato tutto, lei è tutto quello che ho di mio dentro di me. Non posso dimenticare, scoppiare il palloncino e puff soltanto l'aria rimane fra l'aria ancora. Sospiro embè; dietro la luna ci sono i sogni; forse sognare non e' la stessa barca di vivere? Permetto al mio cuore di battere perché' ho bisogno di amarla e di nuovo amarla finche' strizzo il mio odio fino all'ultima goccia. Che bello rimanere abbracciati, mano nella mano, gustando i momenti passati, i momenti che verranno. Veramente la pace avvolge non solo le persone ma anche il mondo, perfino il tempo colorandolo con l'iride arcobaleno. Ti voglio bene.

Non riesco voler bene ad una persona senza ferirla. Sempre arrivo ad un momento di tensione in cui dico o faccio qualcosa che compromette la relazione stabilita; subito dopo mi pento di aver detto quelle cose senza senso e, sebbene chieda scusa, mi sento un verme; il peso di aver sbagliato un'altra volta mi opprime, perché sono disorientato, non riesco a prendere una decisione. Le movenze sono grazia. La grazia è la danza. La danza è magia. La magia è nelle movenze.



Capitolo 5: CHIARO DI LUNA


Risalivo, a tentoni, il lunghissimo tunnel in cui ero caduto; in fondo brillava una luca che m'indicava la via d'uscita; crudele, perché, anche se avanzavo, non riuscivo ad avvicinarmi. Risalivo la mia coscienza nel tentativo disperato di svegliarmi. All'improvviso un suono, una pulsazione regolare della stessa nota, penetrò il buio; vidi avvicinarsi il piccolo puntino luminoso, come zoomato da una telecamera e mi ritrovai immerso in un altro mondo. Sentii il contatto del lenzuolo, con quel profumo che hanno le lenzuola appena lavate e del morbido cuscino sotto la mia testa. Era notte fonda e l'allarme della sveglia, senza motivo, era scattato.

- Diventerò vecchia e crederò sempre di averlo saputo, ma non avrò mai una risposta - trangugiò.

- Penso? Io penso? - ansimò.

Il metallo brillò, malgrado fosse un pò opaco. Per un istante il nastro, la griglia, l'elevatore, lo sfogliatore si paralizzarono, come se stessero cercando qualcosa che avevano perduto. Poi, nel grande capannone, il rumore ritornò assordante. Per un istante il rumore si trasformo' in un aria di Bach, come se le macchine si fossero ricordate di un'impresa difficile e superba di campagne passate.

- No - un urlo d'angoscia.

Ho iniziato a lavorare qualche giorno dopo ferragosto. Ancora gironzolavano, per la città, alcuni zombi, che spalmavano i loro piedi sull'asfalto estivo. La fabbrica era uno scoppiettio d'attività, un formicaio che si gonfiava di concentrati, tubetti, polpa, passati. Un continuo stridulio di rulli, un ritorcere di latta, un macinare infernale, schizzi e sbotti, soffocavano il denso fumo che si levava dai forni; il cuore della fabbrica pulsava ad un ritmo lento, ma inarrestabile. I giovani operai costruivano la loro distruzione. Le macchine inscatolavano sogni e ricordi, promettevano invane speranze.

Il significato di un rituale o il rituale di un significato? Il conflitto del rumore, forse? O il rumore del conflitto, mi sembra. Un assonanza senza senso. Sto guardando la vetrina di un negozio che vende cappelli e vedo due ragazze che ne stanno provando alcuni. Sto a guardarla. Passano i minuti ed io fuori come un ebete guardo due ragazze che si divertono, mentre s'infilano sulla testa i più buffi cappelli. Non si accorgono di me. O forse sì pero non lo danno a vedere. Mi domando se mi sto innamorando.

Sik Sullivan era un quattro occhi di origine italiana. Era seduto davanti al terminale collegato con la libreria digitale per mezzo di una interfaccia miospinale. Stava cercando di sfondare un muro di contromisure elettroniche di livello sette, teoricamente insuperabile, ma Sik era all'attacco con uno dei suoi migliori cerca-informazioni, che sfruttava la corrente di spostamento. Sik era speciale. Si stava concentrando sulla distruzione di un programma, in cui bisogna eseguire la corretta combinazione di procedure per aggirarlo. Inviò un ennesimo cerca-informazioni. I cercatori potevano penetrare qualsiasi rete o sistema per recuperare determinate informazioni; si potevano programmare in modo che apprendessero dagli stessi dati acquisiti; erano, con un confronto biologico, virus muranti altamente reagenti; si potevano anche impiegare in misure di sicurezze, come difensori contro penetrazioni non autorizzate. All'improvviso un flusso di dati sgorgò dalla testa di Sik. Un Difensore si era riprodotto e traslato dal sistema principale al sistema remoto. Il contrattacco consisteva nel creare un programma preda ed uno di ricerca. La navigazione nella rete era difficoltosa. Il Difensore cambiava i parametri locali; il programma di ricerca trovò un varco prima che il difensore lo chiudesse. I protocolli di comunicazione erano stati ottimizzati: per un nanosecondo Sik entrò nel sistema principale, inserì il codice ed il nucleo confermò il suo accesso come legale. Aveva superato il livello sette, il livello del presidente.

Ma tutto questo è una grande illusione. Pacchetti, sorprese, regali, auguri danno per scontato l'esistenza di qualche pezzo di carne comandato da qualche altro pezzo di neurone. La coscienza di una richiesta: soltanto l'evoluzioni pindariche di un pensiero, uno stato comune di felicità, una forma colorata, una miniatura straordinaria. Non parlo dei ricordi, ma di quello che siamo ora, in questo momento, per quello che siamo stati, anche se, di chi o di cosa, sarebbe più preciso parlare. I sentimenti che possiamo vedere negli occhi, un'illusione che ricordo nel futuro. Sono felice d'illudermi.

Desidero aprire le braccia e stringere forte a me quella ragazza che vorrei che mi guardasse. Ho sempre aspettato che le donne compiessero il primo passo, ma è giunto il momento di dire "è che cazzo" ed agire. In un modo assolutamente confusionale trascino la mente in un turbine di piani e contro piani, di mosse, di battute e approcci, d'inviti, di sorrisi, di qualsiasi cosa che mi permetta di raggiungere quella donna. Ho paura che quando io capisca che possa essere mia mi nasconda dietro un bieco maschilismo, un narcisismo resuscitato, che nasconda la unica cosa che mi rende felice: l'amore di una donna.



Capitolo 6: VOLARE


La donna, che so che amerò, mi cerca, mi chiama, vuole parlarmi. Non credo ancora che sia successo proprio a me. Schizzinoso mi accingo a interpretare la parte più difficile della mia vita: l'innamorato. Non sono abituato a esprimere così esplicitamente i miei sentimenti. Ma con uno sforzo di volontà, mi dico che questa volta deve essere diverso, più bello. Lasciati andare, mi dico, soffri per amare, per almeno una volta cerca di essere te stesso. Ho paura di sbagliare, di essere tradito. La penso e mi viene la pelle d'oca. Inizia tutto come uno scherzo. Faccio finta di essere al di sopra di tutto e di tutti, ma sono già pazzo di lei. Ci sentiamo tutti i giorni, più di una volta al giorno. Quando lei mi chiama, ogni tanto, invento una scusa per non parlarle, ma, alla fine, ci casco sempre; non riesco a resistere, desidero ascoltare la sua voce, immagino le sue labbra muoversi in una danza erotica, ballano solo per me. Tutto intorno a me svanisce, esistiamo soltanto io e lei. So così poco della sua vita, ma non m'importa, voglio vivere ora. Ci ascoltiamo per ore, parliamo del tempo, del sesso, della noia, della solitudine, dei pantaloni e delle gonne. Non ci stanchiamo di scoprirci, di tagliarci a fette per lasciare a nudo soltanto il niente. Le nostre conversazioni sono spontanee, intime, inerosabilmente ci avviciniamo al punto di non ritorno. Ci compromettiamo, sveliamo i segreti più profondi, ci fidiamo. È una droga. Più so più voglio sapere. Mi piacerebbe essere dentro la sua testa per afferrare i pensieri, dentro il suo corpo per sentire cosa prova quando mi dice quelle cose. La curiosità mi spinge a sapere tutto di lei. Desidero toccarla, vedere il suo volto. Il telefono non mi basta. La sua voce scatena un desiderio impazzito. Per agguantare l'unico sentimento naturale che ho provato sono pronto a tutto. Una ragnatela lega la fantasia, la volontà di fare in luogo di non fare, rende viscida l'aria che respiro. Devo scappare lontano, devo andare da lei. Analizzo come in una partita a scacchi le conseguenze delle mie azioni, cerco una via di fuga, non posso perdere questa occasione. Gironzolo tra i miei pensieri come un cane rabbioso, che sa di avere poco tempo a disposizione. Non confesso a me stesso che bisogna giocare il tutto per tutto per mantenere salda la dignità di vivere. La sua voglia di me mi fa impazzire. Mi sento importante, richiesto, soprattutto e finalmente amato. Non domandarti perchè, dimentica questa domanda, per favore. Non risponderti. Prendi quello che senti senza compromessi, mi ripeto ogni secondo. Non voglio ritrovarmi riverso sulla scrivania con un buco alla tempia. Tengo stretto fra le mani le lettere che mi ha scritto. Non voglio fuggire dai miei dubbi, tentando di viaggiare in un mondo migliore. La donna che ho paura di amare esiste anche al di fuori della mia fantasia. Un amore fantastico lava il cervello di un giovane, che desidera soltanto un affetto sincero, che desidera toccare le stelle con un dito, che vuole volare in alto, più in alto, sempre più in alto nel cielo. Il sole non deve sciogliere le ali di cera.